Non sono sempre brave le viscere a diventare tana, sono bravi sempre i morti in piedi, lo sanno fare, loro, di diventare casa, di non cadere a peso morto (appeso, morto), di non finire a ginocchia scoperte e a denti di fuori e a unghie nere. Lo sanno fare, di fare riparo alle cose rimaste vive, alle cose che si tengono strette le loro bucce, che hanno la pelle incollata alla pelle, gli ossi cuciti agli ossi (che si direbbe ossa, ma a te piace chiamarli così quando sputi lontano i noccioli delle ciliegie e dici ossi, gli ossi). Dicevamo: gli ossi cuciti agli ossi e gli orsi cuciti per la festa, per infestare, per fare carnevale, per guardare la luna che dice che Letargo deve ancora finire, e Letargo infatti sbadiglia e si gira di là e Grande Sonno infatti allunga la mano e gliela mette sul petto, dove stavano i gusci delle castagne (pungono, i gusci delle castagne), dove stanno i residui della fine, le ossa della notte, ossi, gli ossi.
Sarà risveglio quando i ciliegi e i loro corpi di tagli diranno che è suonata primavera, lo diranno alle viscere, alle interiora, interi-ora, adesso non a pezzi, dopo si vedrà, quando sarà l’estate, quando saranno già fuori gli orsi dalle tane, quando la luna avrà detto sì e Letargo avrà spaccato i suoi occhi a metà, si sarà scucito, avrà dato la schiena al bosco, per tornare più in là, di là, oltre.
(Teresa Priano)
Non ho memoria di quando iniziai a cercare un luogo da chiamare casa.
A volte inseguo l’erba rampicante che conosce i nostri accordi.
Quando arriva il momento di abitare un tronco nuovo,
mi consiglia la posizione più accogliente.
A me però non piace la casa troppo stretta.
Che sia verticale o orizzontale, il tronco mi costringe ad attraversare scale.
Così chiedo alle uova o al guscio delle noci un ripostiglio,
ma la loro forma sferica sembra essere stata disegnata per contenere,
per proteggere, nascondendo i tramonti.
Scivolo nella rotondità, trovando finestre serrate.
Uno dei miei luoghi preferiti sono dunque le porosità delle ossa.
Sembrano un labirinto lunare.
Dalle profondità del mare ai piedi dei monti, esse mi accolgono
ed io cresco ad ogni calare e divenire.
Talvolta cessano di viaggiare sotto il peso della mia crescente ampiezza.
Le ossa decidono di sprofondare nel buio tra radici e talpe.
Si addormentano per lunghi periodi, sospendendo la vita
che procura un certo disordine
Al contrario io metto ordine, coordino gli spazi vuoti, scelgo chi rimane,
scarto e prendo forma nell’abitare immobili tane,
quelle che non vedranno più la luce delle occasioni.
E sono io che, mentre continuo il transito della mia casa,
da ossa a ossa,
definisco il limite delle ombre, di chi sta aldilà, dei sacri messaggi
di chi non può parlare.
Dissemino la fine delle cose.
(Ornella Trespidi)